The Lab's Quarterly, 2008, n. 1

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Il Trimestrale. The Lab's Quarterly, 1, 2008 188

gli aspetti della società in cui vivono.161 Per certi versi, essi sono degli “sconfitti”. E proprio questo rende il “terrorismo religioso” – contrariamente a quanto ritenuto dal senso comune – razionale, perché il nuovo affiliato si convince di poter risolvere tutti i suoi problemi esistenziali attraverso il suicidio fatalistico, intrinsecamente altamente pericoloso poiché implica un concetto di vittoria basato, di fatto, su una sconfitta. La prospettiva del “suicidio fatalistico” conferisce all’attentatore un ruolo all’interno della storia, infondendogli autostima e rendendolo partecipe di un progetto concepito, ideato e pianificato da un’organizzazione che, operando in regime di segretezza, esalta la dimensione mistica ed esoterica. Il “terrorista religioso” considera la violenza un dovere divino, giustificandola “moralmente” come necessaria alla realizzazione del volere di Dio. La sua impostazione psico-sociologica e culturale, inoltre, poggia su forti motivazioni derivanti dal fatto che, alla cieca devozione per la sua religione, associa un’interpretazione del messaggio divino distorta da indurlo a considerarsi un eroe obbligato alla violenza, a portare a termine un mandato, negato dalla volontà prevaricatrice degli “infedeli”, incluso, direttamente o indirettamente, nei sacri testi. A ciò va aggiunto che i designati per azioni terroristiche di tipo suicida sono intimamente convinti di essere “prescelti” direttamente da Dio, il quale, per il loro atto, li ricompenserà con gratificazioni celesti. A tale scopo è significativo evidenziare il linguaggio semplice, metaforico, mutuato dall'immaginario di tipo biblico che, garantendo forti radici e connessioni alla propria tradizione, costituisce una delle molle decisive dell’ingranaggio motivazionale del “martire”. Emblematica la lettura del testamento attribuito a Mohammed Atta, alla guida del commando dei dirottatori aerei dell’undici settembre162: «Nel nome di Dio, il più misericordioso, il più compassionevole. Nel nome di Dio, di me stesso e della mia famiglia. Ti prego, Dio, perdona tutti i miei peccati e concedimi di glorificarti in ogni modo possibile. Ricorda la battaglia del profeta contro gli infedeli, quando cominciò a costruire lo stato islamico». 161 Lo stesso Mohammed Atta, il capo del commando dei dirottatori dell’attentato dell’undici settembre, egiziano, laureato in Architettura all’Università del Cairo, ha lavorato e studiato molti anni in Germania ed altri paesi europei. 162 Cinque pagine manoscritte, in arabo, anticipata dal quotidiano "Washington Post" la lettera è stata poi resa pubblica dall’allora ministro della Giustizia Usa John Ashcroft nel quadro delle indagini post attentato. La stessa è stata trovata nella valigia che non era salita sul volo dell’American Airlines schiantatosi contro la torre nord del WTC a New York. Altre Fotocopie del documento furono sequestrate oltre che in una delle vetture utilizzate dai dirottatori e ritrovata nel parcheggio dell’aeroporto Dulles di Boston, anche fra i rottami dell’aereo schiantatosi in Pennsylvania.


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