The Lab's Quarterly, 2008, n. 1

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Il Trimestrale. The Lab's Quarterly, 1, 2008 190

Dio della terra e del cielo. Non c'è altro Dio che Dio e io sono un peccatore. Siamo di Dio e a Dio torniamo».

6. La strategia e la struttura del terrorismo religioso.

Habermas mette in rilievo la forza simbolica degli obiettivi colpiti, icone dell’immaginario collettivo della nazione americana: le Torri Gemelle come rappresentazione del potere economico, gli obiettivi mancati (Casa Bianca) o colpiti parzialmente (Pentagono) come rappresentazione del potere politico e militare. Gli Stati Uniti sono il “Grande Satana” perché si presentano sotto «l’aspetto irresistibile e provocatoriamente banalizzante di una cultura consumistica basata su un materialismo livellatore»163. Ciò conferma anche come il “terrorismo religioso” segua strategie razionali, poiché, non casualmente, persegue finalità qualitative e quantitative. Le azioni collegate alle prime hanno lo scopo di dimostrare i punti deboli del nemico evidenziandone la vulnerabilità agli occhi dell’opinione pubblica, ma anche di creare crisi nel sistema di valori colpendo i simboli della cultura. Quelle inerenti le seconde, invece, tendono a fare il più alto numero possibile di vittime affinché il nemico recepisca non solo razionalmente, ma anche emotivamente, il messaggio. L’attitudine verso una escalation di violenza e la selezione di target a forte impatto sul pubblico sono il motivo per cui è possibile ritenere che il terrorismo religioso, come fenomeno globale, sia purtroppo e non solo per la sempre più raffinata tecnologia di comunicazione e l'accesso alle armi, destinato ad aumentare. Parallelamente, occorre peraltro risaltare come non si intraveda ancora ad oggi un concreto rischio di distruzione apocalittica (spettro talvolta agitato strumentalmente da intellettuali ed esponenti politici occidentali) da parte del terrorismo religioso di matrice musulmana - attualmente il più efficiente e temibile - non solo perché è ancora molto difficoltoso il reperimento di armi di distruzione di massa, ma, soprattutto, perché gli equilibri politici e sociali che caratterizzano il mondo musulmano lasciano ragionevolmente presumere come improbabile un sostegno generalizzato di paesi e popolazioni musulmane alla “Guerra Santa”. Naturalmente questo non significa che il “terrorismo religioso” non sia estremamente pericoloso ed imprevedibile. Al contrario, lo è 163

J. Habermas, Fondamentalismo e Terrore, in G. Borradori (ed.), Filosofia del terrore, cit., p. 32.


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