The Lab's Quarterly, 2008, n. 1

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Il Trimestrale. The Lab's Quarterly, 1, 2008

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1. Una questione complessa Analizzare il Novecento artistico nella sua evoluzione, vuol dire, senza alcuna ombra di dubbio, incappare in una trappola da cui non si può in alcun modo sfuggire se non tralasciando ampi spazi di critica ed una debolezza nella costruzione che, con le armi spuntate in nostro possesso, ci condurrebbe ad una inevitabile sconfitta. Impostare il problema risulta, tuttavia, un elemento di fondamentale importanza, in quanto la costruzione della nostra realtà, interpretata come mondo della vita quotidiana, è incentrata sulla immagine. È sufficiente ricordare la dura lotta che si è innescata a partire dal VI secolo intorno alla natura dell’icona e sulla sua riproduzione: «Nel VI secolo le immagini erano ormai divenute comuni, ma non tutti i Cristiani furono d’accordo con la rimozione del secondo comandamento [non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è in cielo ed in terra]. Tra il 730 e il 787 ci fu a Costantinopoli un primo periodo di iconoclastia, «distruzione delle immagini» (da eikon «immagine», e klaein, «rompere»), quando gli imperatori bizantini Leone III e Costantino V bandirono le immagini sacre, accusandole appunto di fomentare l’idolatria. Il concilio di Ieria del 754, ovviamente non riconosciuto dalla Chiesa Cattolica, confermò il bando, ma il Secondo Concilio di Nicea 787 lo rimosse, con la seguente disposizione: […] perché più esse sono contemplate, più esse rimandano alla fervente memoria dei loro prototipi.»1

La riflessione che occorre fare, per un inquadramento generale del problema, concerne il perché della priorità e della importanza assunta dall’immagine sin dai periodi così lontani. In una sua riflessione sull’argomento Florenskij scrive: «Invero gl’iconoclasti non negavano affatto la possibilità e l’efficacia della pittura religiosa, alla quale ora si equiparano le icone; gl’iconoclasti, parlando alla moderna, insistevano proprio sul significato soggettivo-associativo delle icone, ma negavano ad esse un nesso ontologico con gli archetipi, e allora ogni venerazione, ogni bacio alle icone, ogni preghiera ad esse, a qualsiasi di esse, l’accensione di lampade e candele ecc., cioè ogni culto alle ‘rappresentazioni’ contrapposte come cose esterne e aliene agli archetipi, questa venerazione dei sosia di questi, non poteva che essere equiparata a una superstiziosa idolatria. Se la sostanza dell’icona è la ‘rappresentazione’, è assurdo e peccaminoso tributare a questi strumenti pedagogici ‘l’onore’ che andrebbe soltanto all’unico Dio ed è assolutamente incomprensibile che addirittura proprio l’antica fede della Chiesa nell’ascesa all’archetipo – renda onore all’immagine»2

1 P. Odifreddi, Perché non possiamo essere Cristiani (e meno che mai cattolici), Longanesi, Milano 2007, pp. 65-66 2 P. Florenskij “Le porte regali”, Adelphi, Milano 1977, pp. 67-68


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