The Lab's Quarterly, 2008, n. 1

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Il Trimestrale. The Lab's Quarterly, 1, 2008

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merciale) che, limitata un tempo alla corte e alla aristocrazia, aumentò ben presto i lussi e le comodità a disposizione dei pochi per allargare la cerchia dei consumatori»26

Inoltre, la nuova divisione del lavoro, con l’introduzione di sue nuove raffinate tecniche scientifiche che hanno inizio con la nascita e lo sviluppo del taylorismo, ha una sorta di spillover effect riversandosi pesantemente sulle basi della vita sociale. «[..] che il secolo XIX, oltre alla semplice libertà, abbia fatto appello alla particolarità dell’uomo e della sua prestazione, quella particolarità che deriva dalla divisione del lavoro, che rende il singolo imparagonabile a qualunque altro e a volte indispensabile, ma che lo vincola anche ad una maggiore complementarietà con gli altri [..]. in tutto ciò agisce lo stesso motivo fondamentale: la resistenza del soggetto a venir livellato e dissolto all’interno di un meccanismo tecnico sociale.»27

Era nata la società di massa che aveva alcune caratteristiche ben precise strettamente connesse con la nuova divisione del lavoro, ossia innanzitutto, un alto livello di specializzazione dei suoi membri interni legati da un rapporto di complementarietà. «Gli Americani erano all’avanguardia. Studiarono a fondo l’organizzazione del lavoro, spezzettando le varie mansioni in singoli gesti, ognuno dei quali doveva essere eseguito in un tempo e in un modo prestabiliti. Fu l’ingegnere Frederick Taylor (1856-1915) a teorizzare questo sistema, che si chiamò infatti «taylorismo». Gli operai diventavano servitori delle macchine, addetti al loro regolare funzionamento, membri tutti uguali di una massa anonima, lontanissimi dall’artigianato che ancora aveva azionato i macchinari della prima rivoluzione industriale.»28

L’appartenenza a questa massa anonima crea una serie di problematiche del tutto nuove per i soggetti che si trovano a vivere questa nuova fase di transazione. «Forse non esiste alcun fenomeno psichico così irriducibilmente riservato alla metropoli come l’essere blasè29.[…] le persone sciocche e naturalmente prive di vita intellettuale non tendono affatto ad essere blasè.»30

26

L. Mumford, “La città nella storia” Vol. III, Bompiani, Milano 1997, pp. 659-660 G. Simmel, “La metropoli e la vita dello spirito”, Armando editore, Roma 2005, p. 35 28 P. Viola, “L’ottocento”, Einaudi, Torino 2000, p. 290 29 L’essenza dell’essere blasè consiste nell’attutimento della sensibilità rispetto alle differenze tra le cose, non nel senso che queste non siano percepite ma nel senso che il significato e il valore delle cose sono avvertiti come irrilevanti. Al blasè tutto appare di un colore uniforme, grigio, opaco il fedele riflesso dell’economia monetaria, quando questa era riuscita a penetrare fino in fondo. G. Simmel, op. cit., p. 43 30 Ibid., p. 42 27


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